Narra Tito Livio che nel centro del foro romano il suolo franò fino a profondità incommensurabili. Una voragine nera nel centro di Roma, nel centro del mondo. Predissero allora i sacerdoti che si sarebbe richiusa solo gettando nel baratro quanto di più prezioso possedessero e vi gettarono di tutto, i romani: gioielli, oro, tessuti preziosi. Non si chiudeva.
Fu Marco Curzio, gettandosi in armi nella voragine e offrendo sé stesso in dono agli Dei Mani, in un puro atto di devotio, a ricordare ai romani quanto avevano di più prezioso: il valore.
Oggi non ci sono voragini materiali aperte nel foro romano ma ve ne è un’altra più profonda, che si nutre del degrado cui siamo costretti ad assistere quotidianamente e che si riflette nella sporcizia che ricopre le nostre città italiane ed europee. È una voragine fatta di dimenticanza, di perdita delle radici, di tradimentonei confronti del proprio sangue, della propria storia, della propria terra.
Perché, per questo mondo, gli europei non devono esistere. L’Europa, quella dei popoli, non deve esistere e tanto meno deve esistere Roma, centro e faro di luce e civiltà.
Ci odiano. Odiano noi e quello che rappresentiamo: una terribile bellezza. Una bellezza che vorrebbero annientare, proponendo falsi miti, distruggendo la leggerezza di Perseo per far posto alla bruttezza della Medusa.
Lo aveva capito bene, Dominique Venner, quando ha deciso, quel fatidico 21 maggio del 2013, di porre fine alla sua vita.
Un colpo di pistola, uno soltanto, secco, improvviso, inaspettato. Talmente preciso che non una goccia di sangue toccò le pietre di Notre-Dame. Un colpo di pistola per risvegliare l’Europa addormentata, con un vero e proprio atto di fondazione.
Sì, perché quello di Venner, checché ne dicano o scrivano alcuni, non è stato un suicidio. Non è stato un arrendersi a quel fatalismo che imprigiona tanti, troppi europei. È stato un sacrificio, un atto di devotio come quello che ha visto, migliaia di anni prima, Marco Curzio gettarsi in armi nella voragine del foro romano.
Dominique Venner, allo stesso modo, si è gettato nella voragine dei tempi moderni, risvegliando le coscienze e la memoria col sacrificio del sangue.
Dominique Venner ha creato uno choc. Ma, come per i terremoti, l’onda d’urto non ha cessato di estendersi ed espandersi. Poiché egli ha voluto segnare gli spiriti, innescare una reazione tra inostri compatrioti che si erano assopiti.
Fabrice
Samurai d’Occidente, vir presente a sé stesso, sceglie, e non per caso, Notre-Dame. Un luogo simbolo costruito dal genio degli avi su un più antico tempio a Giove che ancora ne regge le fondamenta. Un punto di incontro tra millenni di storia, tradizioni, identità.
Io sono della terra degli alberi e delle foreste, delle querce e dei cinghiali, delle vigne e dei tetti spioventi, delle epopee e delle fiabe, del solstizio d’inverno e di SanGiovanni di estate.
Se chiudiamo gli occhi un istante, possiamo vederlo mentre cammina lento, in silenzio, soppesando ogni passo e ogni respiro fino a fermarsi davanti all’altare. Poi il gesto, fulmineo, per ricordare a noi ciò che abbiamo di più prezioso: coraggio, valore, fides, certezza nella Vittoria.
Certezza, ci ricorda nelle sue lettere, che non dobbiamo mai abbandonare, tanto meno ora che ci ritroviamo di fronte a delle sfide mortali.
Ma le sfide, scrive, sono generatrici di risvegli di energie nuove.
E lui, che ci ha trasmetto un fuoco sacro, di tale risveglio delle energie europee non dubita neanche un istante.
A noi, che abbiamo l’onore e l’onere di ricordare, il compito arduo di mantenere vivo questo fuoco, alimentarlo con i nostri gesti e le nostre idee, abbandonando paure e antiche gelosie per piantare, insieme, i semi del risveglio dei popoli europei, con lo sguardo rivolto sempre al Sole.
Mentre tanti uomini si rendono schiavi della loro vita ,il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi do la morte per destare le coscienze sopite. Insorgo contro il fatalismo.
A Dominique Venner.
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