di Cippa

Nell’articolo precedente siamo finalmente entrati nel vivo del mercenariato parlando di medioevo, ritrovarsi ora a saltare in avanti di quasi cinquecento anni potrebbe creare un po’ di smarrimento. A conti fatti però, dall’introduzione delle compagnie di ventura nel mondo bellico fino, appunto, al secolo scorso si può dire che non vi furono grandi novità degne di nota nelle modalità di impiego dei mercenari. Si spera quindi che il generoso salto temporale sarà perdonato dai più entusiasti e informati sull’argomento.

Iniziamo quindi con il ventesimo secolo, parleremo nello specifico delle truppe mercenarie che, dopo i due conflitti mondiali, combatterono la cosiddetta Guerra Fredda portando avanti, in molti casi, gli ideali che molti eserciti nazionali non poterono servire.

Conclusasi la Seconda Guerra Mondiale con la sconfitta e il conseguente ritiro dai giochi della Germania, la partita per il “dominio” del mondo si spostò tra Stati Uniti (a capo delle Nazioni Unite) da un lato e l’Unione Sovietica (a capo del Patto di Varsavia) dall’altro. Queste due superpotenze si scontrarono in ogni ambito possibile, da quello sportivo fino a quello delle conquiste tecniche e tecnologiche, senza però arrivare mai a un reale scontro diretto e per questo venne chiamata Guerra Fredda. La guerra però fu tutt’altro che fredda al di fuori del mondo occidentale, gli scettici chiedano pure ai vietnamiti e ai congolesi di cosa si parla.

Essendo appena usciti dal secondo conflitto mondiale nel giro di pochi decenni per le due fazioni era impensabile rigettarsi così presto in un terzo conflitto di questa portata, la soluzione più logica, quindi, fu individuata nello scatenare e manovrare guerre civili di ogni genere e sorta nei paesi del terzo mondo che gravitavano nell’orbita di una delle due. In tutto questo, per riuscire a manovrare al meglio le varie situazioni, entrambi gli schieramenti fecero largo uso dei mercenari così da avere a disposizione sul territorio delle forze armate alle loro dirette dipendenze da affiancare agli eserciti nazionali (o rivoltosi in base ai casi specifici).

Dal punto di vista dei mercenari invece va detto che come sempre ci fu chi lo fece per denaro non conoscendo altro modo di guadagnarsi da vivere, chi per fuggire dalla prospettiva di una lunga vita in galera dopo aver commesso crimini efferati in patria, ma in ultimo e per la prima volta con così larga diffusione ci fu chi lo fece per seguire degli ideali. La guerra però impone altre dinamiche e a prescindere dalle ragioni che li mossero, furono tutti sbalzati in questo vorticoso gorgo geopolitico molto più grande a combattere e morire. Un macello, che perfino chi ha vissuto in prima persona ha tutt’ora difficoltà nel comprendere a fondo.

La stessa difficoltà che probabilmente i sopravvissuti ancora oggi trovano nel comprendere se siano stati più fortunati loro a tornare o chi è rimasto per sempre sul campo di battaglia. C’è chi è sopravvissuto e chi è morto, chi è tornato a casa celando il passato e chi si è stabilito lì dove la sua vita è cambiata per sempre. Chi è vivo non scorda nulla, ma soprattutto chi è tornato, è stato spesso costretto a tacere e nascondere perché il mondo lo disprezza.

Infatti, nonostante furono proprio le potenze che tengono in piedi la cosiddetta società (nel nostro caso ovviamente ci si soffermerà sulle Nazioni Unite e la parte di mondo sotto la loro influenza) a farne largo uso e a non disdegnare assolutamente la pratica del mercenariato, la figura che venne data in pasto all’opinione pubblica fu totalmente l’opposto. Furono (e sono tutt’ora) chiamati criminali, guerrafondai, opportunisti, assassini e mostri.

Non ci fu alcuna distinzione tra chi fu effettivamente tutte queste cose e chi salvò monache e frati dal rogo del ribelle, non venne quasi mai dato lo spazio per un onesto dibattito dove poter spiegare le proprie scelte e forse nemmeno gli importò mai averlo. Alla fine dei conti, chi sceglie la guerra lo fa perché non si trova a suo agio nel salotto.