Immaginate di essere uno tra i migliori spadaccini che il Giappone abbia mai conosciuto fino a quel momento e che nel giro di poche ore sarete fronte a fronte con l’unico uomo che potrebbe vincervi, per il duello che potrebbe consegnarvi per sempre alla storia, non più come “tra i migliori” ma bensì come “il migliore”: cosa fareste?
Per Sasaki Kojiro, noto ai più come Ganryu, la risposta era scontata: alzarsi di buon’ora, procedere alla vestizione rituale e recarsi con anticipo in quel luogo fatale, dove tutto era già destinato a compiersi, ad attendere in marziale contemplazione. Ganryu rappresentò forse l’apogeo del bushido, il valore militare portato all’estremo. La prova della sua grandezza spirituale si poteva già chiaramente trovare nell’aspetto, per i tempi un vero gigante, portava con sé una odachi (arma lunga a due mani nella tradizione giapponese – n.d.r.) come una normale katana, la sua mole infatti era tale da permettergli portarla al fianco come nulla fosse e si dice fosse in grado di utilizzarla a una mano come non vi fosse nulla di strano. In pratica il guerriero perfetto, nonché un vero fanatico del codice e dell’etichetta.
Al contrario di Kojiro, però l’avversario è in ritardo, quasi si fosse dimenticato di quel duello che potrebbe segnare un’epoca. Secondo una versione molto apprezzata e diffusa della storia, si fece talmente tanto tardi che Ganryu dovette mandare un proprio messo a cercarlo e questi lo trovò ancora in casa a dormire, lo fece svegliare ma riuscì a farlo partire solo dopo una calma e abbondante colazione.
Tutto ciò non era sicuramente normale per le usanze del tempo, ma i più avvezzi alla storia nipponica sanno già che si sta parlando del leggendario Miyamoto Musashi, che sicuramente non è possibile paragonare a nessun altro e per cui un concetto come normalità è totalmente fuori luogo.
Le sue stranezze, infatti, erano ben note al tempo come lo sono ancora oggi. Giurava di aver imparato l’arte della spada dalle fronde degli alberi, questo perché in battaglia sviluppò tecniche estremamente insolite, come quando, per sfidare la scuola di Yoshioka al completo, usò due katane ed uno strano mordi e fuggi. Dopo una breve carriera militare divenne un vagabondo senza un daimyo, insomma un’anomalia vivente, che a volte sembrò proprio godere nel rompere ogni convenzione.
Kojiro intanto proseguì nella lunga e marziale attesa, come se già quell’attesa stessa fosse la dimostrazione della sua eccelsa virtù militare e un segno della sua predestinazione alla vittoria. Musashi invece, ormai in marcia anche se con grande ritardo, iniziò a intagliare un bokken (riproduzione in legno di una katana, utilizzato per l’allenamento senza l’impiego di armi reali e per l’esecuzione dei 10 kata del kendo – n.d.r.) da un remo della barca su cui si trovava.
“Guardò oltre la fiancata della barca: l’acqua era profonda in quel tratto di mare, molto profonda, e viva, di vita apparentemente eterna. Ma l’acqua non ha forma fissa e determinata. L’uomo invece sì. È forse per questo – perché ha una forma fissa, determinata – che l’uomo non può avere forma vita eterna? La vera vita incomincia, forse, solo là dove si è persa ogni forma tangibile”.
Yoshikawa Eiji – Musashi
Musashi però non intagliò questo bokken estremamente lungo solo per passatempo, aveva in effetti deciso che quella sarebbe stata a tutti gli effetti la sua arma per la sfida.
No, questa non è la storia di un folle molto fortunato, questa è la storia di un leggendario guerriero, un grande avanguardista nell’utilizzo della psicologia a suo vantaggio all’interno delle sfide. L’enorme ritardo e il farsi trovare addormentato infatti furono tutte cose già pianificate per far innervosire l’avversario e fargli perdere la concentrazione, il bokken fu il vero colpo di grazie alla marzialità dell’avversario prima ancora che alla sua vita stessa.
Arrivò infatti tenendo la punta del simulacro in acqua così che all’avversario fosse impossibile capirne la reale lunghezza fuori dalla norma. Come anticipato davanti alla visione di tale “arma”, Kojiro perse definitivamente il sangue freddo e si lanciò al furioso assalto, trovandosi però, in questo modo, completamente impreparato alla particolarità del bokken dell’eccentrico sfidante. Fu così che a seguito di un singolo colpo ben assestato sul cranio trovò la morte, passando infine alla storia come “uno tra i migliori” e consacrando Miyamoto come “il migliore”. Titolo che in seguito nessuno riuscirà ad eguagliare, rendendolo tale fino ai giorni nostri.
Una conclusione sicuramente particolare a quello che fu un percorso decisamente fuori dalle righe ma sicuramente degno del personaggio che fu questo mitico samurai.
Conosciuto anche come il trasformato, il vagabondo o come il saggio. Da quell’albero di criptomeria dove fu incatenato, vinse la rabbia, l’irruenza bestiale e si dette una forma nuova, edificandola poi sopra anni di studio e clausura, per tornare infine sulla strada a misurarsi. Il duello come mezzo per l’elevazione, tesa fra autodistruzione, rinascita e miglioramento. Per trovare infine la via non solo della perfezione, ma dell’eternità.
Quello della spada fu, per lui, un percorso esistenziale e spirituale come per molti altri ma ciò che lo distinse fu il modo estremamente personale di affrontarlo, fin alle soglie dell’Essere, della realizzazione di Sé. La vera perfezione che compiendosi si disfa, poiché la fissità della forma è una sua imperfezione. Si innalza come un’onda, riluce per un momento, e torna infinito.
Dal caos all’ordine, dall’ordine a quegli strati più autentici in cui l’Essere non è più semplice perfezione formale, ma è quella zona di luce, quel principio vivificante, quella sorgente originaria in cui le forme si creano.
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