Di Jen
Il termine laurea deriva dal latino e significa letteralmente corona d’alloro. La corona è, indubbiamente, il simbolo della fine di un ciclo di studi che porta gli studenti a vantare dell’appellativo di “dottori in..”.
Ma le lauree hanno tutte lo stesso peso? O meglio, siamo veramente liberi di studiare ciò che ci piace ed essere sicuri che il percorso scelto ci porti ad acquisire capacità trasversali fondamentali per affrontare la competitività nel mondo del lavoro? La realtà è che non esiste una risposta affermativa a questa domanda. Nel 2021, in un mondo sempre più globalizzato, destinato alle mere logiche di mercato, a pagarne lo sconto più grande è la cultura umanistica, più nello specifico, gli interessati.
Non mancano infatti, articoli di giornale in cui si bistratta chi commette il “grande errore” nel conseguire una laurea umanistica, sottolineando inoltre, che si tratti di un percorso di studi errato da intraprendere in un periodo di debolezza economica come quella attuale, rispetto invece delle generazioni precedenti. Il nodo cruciale di questa polemica, a dir poco arida, è che la cultura non viene considerata più come un valore ma come un passatempo. Sappiamo tutti che cade nell’oblio solo ciò in cui non si investe.
Investire per la cultura non significa creare spot pubblicitari ad hoc per celebrare gli anniversari della morte di qualche poeta o autore nè significa affidare a produzioni straniere la realizzazione di serie Tv sulla storia italiana, questi sono solo mezzi che si propongono di diffonderla alla popolazione in una maniera più accomodante e conforme rispetto allo “studio matto e disperatissimo”.
Investire sulla cultura significa realizzare dei progetti che la rendano in grado di produrre ricchezza, dove per ricchezza s’intende specificatamente l’opportunità lavorativa per i giovani coraggiosi che decidono di imboccare determinati percorsi di studio. Un traguardo a cui, al giorno d’oggi, non si può di certo ambire a causa di uno Stato assente e di ministri oziosi.
Viviamo oggi in un’Italia che fa dell’ignoranza il proprio manifesto politico. Un popolo imbambolato davanti agli schermi di Netflix che si accontenta nel considerare la cultura come un bene elitario e non fa in modo che questa venga socializzata. In larga scala è ciò che succede nel mondo intero, dove forse, la situazione è anche peggiore perché accanto ad un abbandono della cultura umanistica, non si perde l’occasione di riservarle critiche e minimizzazioni.
È di qualche giorno fa, infatti, la notizia che lo storico college Howard University abbia decretato la chiusura del dipartimento di studi classici parlando di questi come suprematisti e investendo i grandi poeti come Cicerone e Omero di accuse inutili, una concezione che non è nuova nella mentalità a stelle e strisce. Ma questo ce la dice lunga sul perché si voglia sempre di più avvolgere la classicità e la formazione umanistica nel velo dell’oblio; non è vero che essa sia infruttuosa nè che non serva all’economia del ventunesimo secolo, l’unica ragione per la quale si trascura è perché fa paura. Ciò perché i grandi classici sono per definizione in grado di dare insegnamenti che vanno oltre i confini spazio/temporali portando con sé testimonianze chiaramente scomode e ingovernabili, queste infatti, sarebbero l’unico antidoto all’ intorpidimento della società.
Fa paura perché è dirompente rispetto ai valori che oggi si cercano di impartire alle nuove generazioni, propone un’educazione non asettica che rende liberi, essa non si vede come l’eterna svantaggiata nell’ obsoleta e patetica lotta contro la sfera prettamente scientifica. Ambito che, innegabilmente, è quello che più paga perché più richiesto nel mercato del lavoro.
Quindi sì, studiare per conseguire una laurea umanistica forse non promette lusso e benessere ma solo anni di precariato e il confronto con la sfera pubblica governata da tutto tranne che dalla meritocrazia, ma è indubbio che porta, senza troppa retorica, verso la realizzazione interiore favorendo un pensiero critico e un’etica solida.
Gli studi umanistici non sono appannaggio della sinistra che non ha fatto altro che denigrare, molto spesso, e rendersi responsabile della decadenza di ministeri come quello dell’istruzione o dei beni culturali. Sono solo preconcetti, è solo tutto quello che vogliono farci credere perché per quanto retorico possa sembrare possedere un bagaglio culturale umanistico, al giorno d’oggi, è un bene di lusso che con il mondo amorfo e globalizzato, portato avanti dalle varie classi politiche, ha poco a che fare.
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