Di Elena

Il 26 aprile 1986 nell’ex URSS esplode il reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl, operativo dal 1983, episodio tutt’ora riconosciuto come la più grande catastrofe causata dall’uomo. Sono passati trentacinque anni dal disastro che ha scosso intere generazioni di uomini e donne.

A mezzanotte circa (ora locale), nella centrale si iniziava ad eseguire un test di sicurezza, per la cui realizzazione vennero disabilitati i dispositivi di emergenza che avevano la funzione di avvertire se la situazione fosse diventata critica. Qualcosa andò storto ed il nocciolo del reattore RBMK numero quattro di Chernobyl esplose una prima volta alle 1.23.44, il combustibile nucleare si disintegrò e il vapore in eccesso delle turbine fece esplodere le condutture. Alle 1.23.45 avvenne la seconda esplosione che fece saltare in aria il coperchio da 1000 tonnellate che ospitava il nocciolo del reattore, lasciando che la nube radioattiva, micidiale e maestosa, si propagasse nell’aria.

Cosa causò l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl? Chi è il responsabile di morti atroci e poco ricordate? Chi sono gli eroi che hanno contribuito a ‘’salvare il salvabile’’?

La risposta iniziale dei vertici del partito è immediata e poco sorprendente. Su scorta di false informazioni provenienti dai responsabili della centrale, si opta per il silenzio: l’incidente non venne reputato grave, il nocciolo del reattore era esploso, quindi divenne necessario semplicemente spegnere l’incendio che rischiava di attaccare gli altri reattori presenti a Chernobyl. I vigili del fuoco accorsero tempestivamente in massa, e, del tutto ignari della fine che li avrebbe attesi, si misero al lavoro. Più della metà di questi morì entro due settimane dall’incidente tra dolori atroci, senza la possibilità di alleviare le pene con la morfina. Gli spettò inevitabilmente poca dignità anche nella sepoltura, i loro corpi chiusi in sarcofagi comuni poi essere coperti di piombo, vista la pericolosità che potevano potenzialmente rappresentare da morti.

Una volta che il partito si rese conto della gravità dell’accaduto, e stabilito che dei residui radioattivi avevano toccato la Svezia, su consiglio di un’equipe di esperti guidata da Valerij Legasov, la cittadina di Pripjat venne evacuata a causa della prossimità alla centrale. Per molte di quelle persone non ci fu niente da fare, alcuni tra i più fortunati, furono colpiti da tumore alla tiroide negli anni immediatamente successivi al disastro.

Domare il problema non si rivelò semplice, soprattutto a causa delle remore di Gorbačëv e la sua cerchia, sui danni d’immagine che una catastrofe simile poteva causare agli occhi del mondo che aspettava fremente il crollo del socialismo sovietico. Questi scaricarono le colpe agli errori umani commessi la notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 dai dipendenti della centrale: personale giovane ed inesperto diretto da Anatolij Djatlov, che forse andava in cerca di una strada rapida verso la promozione. Effettivamente parte della responsabilità dei fatti accaduti nell’odierna Ucraina sono imputabili a questi giovani uomini che peccarono di inesperienza e di estrema fiducia nel loro responsabile.

A causare il danno però non si rivelò soltanto l’inesperienza, ma anche l’avarizia. In Unione Sovietica i reattori nucleari venivano costruiti con la grafite come moderatore, perché più economica. Questa però, bruciando a più di 2000 gradi, disintegra qualsiasi corpo nelle sue vicinanze, compresi organi e tessuti umani. I dipendenti della centrale non erano a conoscenza della presenza di un malfunzionamento intrinseco ai reattori RBMK, non sapevano che il pulsante che avrebbe dovuto riportare i valori del reattore nella norma, era difettoso, e che una volta premuto quel pulsante la grafite avrebbe ucciso centinaia di persone. Non lo sapevano perché la scoperta risalente ad anni prima dell’incidente venne insabbiata per salvaguardare l’immagine dell’ingegneria sovietica.

L’omertà costò il sacrificio di tanta gente, le vittime legate a questo incidente per causa diretta o indiretta sono così tante che ancora oggi dopo più di trent’anni di studio del caso ancora non è possibile fornire una stima precisa. Chi è morto cercando di salvare tutti gli altri, i cosiddetti ‘’liquidatori’’, coloro che hanno ripulito il tetto di Chernobyl (considerato il luogo più pericoloso della terra) dalla grafite, per permettere la costruzione di un sarcofago, i tre coraggiosi volontari che svuotarono le vasche d’acqua radioattiva e non di meno i minatori che lavorarono ininterrottamente giorno e notte per salvare la propria terra, nonostante fossero consci dei rischi, ormai poco celabili. Addirittura furono migliaia anche gli animali uccisi e sepolti con il piombo per evitare che potessero nuocere agli esseri umani.

Oggi, la zona di esclusione, ancora disabitata (tranne che per alcuni temerari, tornati nelle loro case per potervi morire sereni) è la dimostrazione di quanto la natura si sia riconquistata, in poco tempo, i suoi spazi. Pripjat è una distesa verde e dove si affacciano solo i ruderi, fermi al 27 aprile 1986, come banchi di scuola dove gli insegnanti sembrano essere le fronde degli alberi.

Dopo la produzione, nel 2019 l’HBO della miniserie che narra le vicende di Chernobyl, il turismo nella zona di esclusione è aumentato di circa il 40%. Il ricordo di ciò che avvenne a Chernobyl deve servire da monito, non si può nascondere la polvere sotto il tappeto in eterno, prima o poi la resa dei conti arriva, come per Gorbačëv, che si trovò a dover ammettere che una tra le cause principali della dissoluzione dell’Unione Sovietica sono stati il silenzio ed il mistero con cui hanno cercato di avvolgere l’esplosione del reattore numero quattro.